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12 Novembre 2020

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La via del sale di Trapani: tutto quello che c’è da vedere

Ci sono strade in Sicilia, come quella che va da Trapani a Marsala, che sorprendono per i paesaggi dai colori più disparati: il verde della macchia mediterranea, il marrone delle zolle di terra che a tratti diventano color ocra, le infinite sfumature dell’azzurro mare, e il bianco del sale e delle saline di Nubia e Mozia. Là dove il mare incontra la terra, là è la “Via del Sale”.

Le saline forse le avete già adocchiate dalla sommità di Erice, che domina Trapani e che regala una vista spettacolare: si vede la città, si scorgono le isole Ègadi e, nelle belle giornate, persino l’Etna. Ma da qui lo sguardo si ferma anche su una distesa di scintillanti fazzoletti d’acqua tra sottili strisce di terra. Sono le saline, è il sale di cui il Mediterraneo da queste parti è particolarmente ricco. Andando in giro è impossibile non sentire l’odore dell’aria salmastra: pervade ogni strada, ogni piazza – persino gli abiti, qui, sanno di sale. Lasciatevi trasportare da questa vista e da questo odore, salite in auto, in moto o, se avete buone gambe, in bici e percorrete i circa 30 chilometri della “Via del Sale”, tra le più suggestive di questo tratto di costa.


La via del sale: da dove partire

Il paesaggio delle saline di Nubia, piccola frazione di Paceco, lo incontrate appena usciti da Trapani lungo la SP 21 e basta imboccare una stradina asfaltata per essere magicamente catapultati indietro nel tempo di un paio di secoli con le sagome di antichi mulini a vento sullo sfondo. Camminate tra montagnette di candido sale coperte di tegole di terracotta, dove qua e là fanno capolino piccoli arbusti e ciuffetti d’erba (rare piante che riescono a sopravvivere in luoghi altamente salmastri), e lasciatevi sedurre dallo spettacolo che avete davanti. Specchi d’acqua luccicanti, colori che cambiano sempre, secondo l’ora del giorno, la stagione e il cielo del momento. In estate tutto diventa più suggestivo con il rosa delle acque delle vasche esterne che diventa più intenso, mentre quelle più interne, ormai asciutte, luccicano come se fossero di “cristalli” bianchi: è il sale. Qua e là, sopra le teste o di fianco, gabbianigrufenicotteri e altri uccelli: pare ne siano state censite ben 180 di specie. Anche i birdwatcher troveranno parecchie soddisfazioni! Non perdetevi il piccolo Museo del Sale del signor Culcasi, allestito all’interno della cinquecentesca casa dei salinai. Muoversi tra antichi utensili, carriole, mazze, corde e foto d’epoca è ripercorrere l’intera lavorazione del sale, iniziata con i Fenici ben circa tremila anni fa. È visitabile tutto l’anno, però l’atmosfera è più coinvolgente in estate, perché il ciclo del sale inizia a maggio, si conclude a settembre e in questi mesi tutto il mondo dei salinieri è in piena attività. Ancora oggi, queste saline, nel cuore della Riserva Naturale orientata Saline di Trapani e Paceco, gestita dal WWF, producono tonnellate e tonnellate di sale: da cucina, per il bagno, aromatizzato, classico… Certo oggi non si utilizzano più i mulini a vento, ma moderni strumenti che pompano e distribuiscono l’acqua.  Dei tanti mulini a vento, tipici del paesaggio delle saline trapanesi, ne restano oggi circa sessanta e solo alcuni stanno ancora a pompare acqua e macinare il sale con le loro pale.

Niente è più utile del sole e del sale.(Naturalis historia, Plinio il Vecchio)
Ma cosa sono le saline? Sono dei grandi bacini in cui l’acqua marina evapora per effetto del sole cocente, lasciando sul terreno il sale grosso che viene poi lavorato nelle varie vasche dove la concentrazione salina diventa massima. Volete un consiglio? Prima di andare via, comprate dei sacchettini di sale: a casa, un pizzico di sale trapanese sulla vostra insalata sarà il souvenir migliore della vostra vacanza, per voi e per gli amici. Poi, rimettetevi in cammino e, se è estate, che ne dite di un bel bagnetto? Con una piccola deviazione potete approfittare della vicina spiaggia di Marausa, lunga e sabbiosa, col monte Erice sullo sfondo. Non distanti, altre saline sono di fronte all’antica torre di S. Teodoro seguendo a destra la viabilità minore per Birgi Vecchi e Birgi Novo, poco oltre l’aeroporto di Birgi. Praticamente siete alla bocca nord dello Stagnone di Mozia, la laguna più vasta della Sicilia, con un piccolo lido attrezzato, un ristorantino e qualche posticino per la notte. Qui i fondali sono così bassi che d’estate, con la bassa marea, passeggiate davvero sul mare, raggiungendo sul lato settentrionale dell’isola Longa una spiaggia dai suggestivi colori. I tramonti sono mozzafiato e di notte si vedono le luci di Trapani e Marsala. Proseguite lungo la SP 21 e, svoltando a destra per la stretta litoranea, con il freno a mano tirato gustatevi il panorama dei vigneti – che insuperbiscono in uno dei vini più dolci d’Italia, il Marsala –, e delle saline Ettore e Infersa. Un mosaico di vasche da colori mutevoli che, al tramonto, si tingono di viola, col bianco dei cumuli di sale e le sagome dei vecchi mulini: il mulino Infersa, dal conico tetto rosso, è fotografatissimo (#saline #mulino #infersa #marsala #sicilia #italy) ed è qui che si trova uno due imbarcaderi per Mozia.


Mozia, l’isola galleggiante dello Stagnone

Proprio dove le bianche saline si affacciano sul pescoso Stagnone, raggiungibile a piedi e con poche bracciate a nuoto da uno qualsiasi dei pontili sulla terraferma, si trova Mozia, interamente occupata dalle rovine della città cartaginese distrutta da Dioniso II di Siracusa nel 397 a.C. e riconquistata dai cartaginesi l’anno dopo per portare la popolazione nella più sicura Lilibeo, l’odierna Marsala. Fino alla fine dell’Ottocento di questa isola si sapeva solo che era un importante centro commerciale e strategico sul Mediterraneo, ma nessuno era riuscito a trovarla prima del nobile inglese, Joseph Whitaker: giunto nel trapanese, attirato dalla fama del liquoroso vino Marsala, la vide, se ne innamorò e, scavo dopo scavo, vi trovò appunto l’antica città fenicia. Oggi tutta l’isola è di proprietà della fondazione Whitaker che vi ha allestito un piccolo museo che conserva maschere di terracotta, vasi, brocche, oggetti funerari e, accanto a due leoni che azzannano un toro, una statua greca (V secolo a.C.) che rappresenta un giovinetto che indossa una tunica. Chi rappresenta? C’è chi dice un magistrato punico, chi addirittura Ercole o Apollo. Di certo, sempre che non sia in giro per il mondo a farsi ammirare, nel guardarla restano impressi i glutei che paiono erompere da sotto la tunica plissettata. Ma il fascino di questo luogo è tutto fuori. Dopo la visita al museo, passeggiate per l’isola: lungo una circonferenza di appena circa 2,5 chilometri, seguendo il percorso costiero incontrate resti di fortificazioni e abitazionimosaicicon animali fantastici, il tophet (dove si celebravano i sacrifici umani e animali) e, verso sud, ammirate il cothon: è un bacino artificiale scavato nella roccia, forse porto per tirare a secco le barche, forse vasca sacra collegata al Santuario rinvenuto alle spalle della porta Sud. Nel frattempo, godetevi il silenzio di quest’isola, interrotto solo dallo stridere delle cicale, e il suo paesaggio: le viti, le piante di aloe, i pini, i fiori gialli e spumosi della ferula, pianta tipicamente mediterranea (detta anche finocchiaccio) e la luce talvolta abbacinante delle saline, che al tramonto si tingono di rosa, di arancio, di rosso. Forse uno dei tramonti più suggestivi che vi capiterà mai di vedere! Tornate infine sulla terraferma, riprendete la strada maestra che continua lambendo le acque dello Stagnone, tra curve e case coi bei giardini, e prima di arrivare a Marsala altre saline si impongono alla vista. Volendo, proseguite ancora facendo il giro di capo Boeo, con gradevole panorama, seguite il lungomare di Marsala con i bagli (edifici rurali con ampie corti interne) delle case vinicole e, imboccando la litoranea a sud, fermatevi pure: è un susseguirsi di lidi, sabbiosi, attrezzati e con acque chiare.

Fonte: https://discoveritaly.alitalia.com

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